lun18
giugno
2012

La fattoria borbonica di Carditello in mezzo ai rifiuti

scritto da in Press

Nella terra più fertile d’Italia, in un drammatico stato di degrado e di abbandono, sorge la Reggia di Carditello, prestigiosa testimonianza delle tradizioni agrarie del territorio casertano. Discariche (legali e illegali) e siti di stoccaggio di eco-balle: nel Comune di S. Tammaro (dove si trova la Reggia) parliamo di 194.000 mq in loc. Maruzzella e 7.400 mq a Casone, in quello limitrofo di S. Maria la Fossa 73.612 mq in loc. Parco Saurino, 300.000 mq alle Ferrandelle, 44.000 mq a Pozzo Bianco.
Sempre nel comune di San Tammaro, nelle vicinanze dell’impianto di compostaggio ancora da completare, si progetta la costruzione di un impianto di digestione anaerobica per il trattamento dei rifiuti organici urbani di tutta la provincia di Caserta (vol. 80.000 tonnellate annue).

È questa la riqualificazione della Reggia e la bonifica delle aree agricole promessaci da Comune, Provincia, Regione e Stato?
Un triste epilogo per una delle testimonianze più significative dell’azione riformatrice di Carlo di Borbone (1734-1759): salito al trono di Napoli, il giovane re avviò una politica di sviluppo che contemplava tra l’altro innovazioni in agricoltura. Come denunciava Lodovico Bianchini, autore della Storia delle finanze del Regno di Napoli del 1859, i tre quarti della proprietà terriera erano soggetti alla feudalità e le condizioni in cui erano tenute le plebi rurali erano inumane.
Ecco che i sovrani borbonici sperimentarono, soprattutto nei cosiddetti “Siti Reali”, nuove coltivazioni, razze di bestiame, macchine idrauliche per l’irrigazione dei campi, come “la tromba a fuoco” per elevare le acque del fiume Volturno ed incalanarle per irrigare la tenuta di Carditello.
La “difesa di Carditello”, appartenente alla famiglia del conte dell’Acerra, ritenuta da Carlo particolarmente adatta al perfezionamento della razza dei cavalli, fu presa in affitto dal 1744 per 2.800 ducati annui. Il figlio Ferdinando IV (1759-1825) proseguì il progetto ampliando notevolmente la tenuta: nella pianta redatta nel 1834 dall’Ufficio Topografico di Guerra erano indicati ben quattordici fondi, suddivisi in 69 “parchi”, per 6.058 moggia di territorio boschivo, seminativo o a pascolo (più di 2.000 ettari).
L. Giustiniani nel suo Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli del 1797 descrive le diverse attività venatorie e produttive. Tutta l’azienda era in funzione degli allevamenti: secondo l’inventario dei prodotti della “Masseria delle vacche” nel 1780 si manipolava il “cacio ad uso di Lodi” e negli anni successivi si produceva il “parmeggiano”, insieme ai formaggi e latticini locali (mozzarelle, provole, ricotte, burro, “butirri”).
Nella vastissima tenuta furono costruiti i “comodi” per il bestiame, la lavorazione dei prodotti, le abitazioni per il personale, mulini, “cavallerizze”, masserie e cappelle. Nel giugno del 1787 l’architetto Francesco Collecini, allievo e collaboratore di Luigi Vanvitelli, iniziò la costruzione del Casino Reale. All’incrocio di quattro stradoni principali, la costruzione comprendeva la residenza reale, elegantemente decorata dagli artisti di corte e la cappella, e i corpi di fabbrica destinati alle necessità di un’azienda agricola, una pista per i cavalli di forma ellittica e cinque cortili.
Durante il regno di Ferdinando II (1830-1859) prevalsero le attività produttive: furono sospese le cacce e vennero abolite le corse dei cavalli. Furono incentivati gli allevamenti e particolare attenzione fu posta al miglioramento delle razze equine. Giovanni Brugnone, direttore della R. Scuola di veterinaria di Belluno, nel suo Trattato delle razze dei cavalli già nel 1781, descrivendo i cavalli italiani affermava che “i napoletani portano in generale tra tutti il vanto… Sono di alta taglia, fermi di testa, piacevoli di bocca, destri, coraggiosi, e forti”. E proprio a Carditello Ferdinando II, per conservare tale tradizione, intendeva realizzare un “Ippotrofio”, ossia una “razza modello”.
Lo smembramento della tenuta borbonica e il progressivo ma inesorabile consumo di suolo agricolo con usi impropri ancora non hanno distrutto l’unitarietà “colturale” e “culturale” di questo territorio e le aspettative dei cittadini per un uso sostenibile della nostra risorsa primaria: la terra.

Maria Rosaria Iacono,
consigliere nazionale di Italia Nostra